Primo, chiariamo: se di mestiere fate il Re d’Arme del collegio pincopallo, tirate dritto. questa roba non è per voi, e coniene delle semplificazioni bestiali che hanno lo scopo di fare capire a un pò più di gente due cose in croce di araldica, oltre a presentare l’araldica di famiglia. Se avete voglia di fare colui che cerca il pelo nell’uovo, andate altrove. Non è gradito.
Detto ciò, se siete un minimo interessati, eccovi la spiegazione di un mucchio di disegnini
L’arma di famiglia è la summa delle nostre famiglia di origine e parla delle nostre origini:
Suffritti, 1° campo, Collini, 2° campo, e Muzii, 3° campo
La blasonatura è la seguente:
Scudo semipartito troncato:
nel 1° d’argento, al chiodo di nero posto in banda, accompagnato in capo a destra e in punta a sinistra da due pezze quadrilobe di rosso;
nel 2° d’azzurro, al monte di due cime di verde movente dalla punta, caricato in faccia da una quercia al naturale;
nel 3° di rosso, al nodo di Salomone intrecciato di verde e d’argento
Insomma, è quel disegno di scudo che vedete nel logo, ma bisogna capire due cose di araldica per capire di cosa stiamo parlando.
Parliamo un pò di Araldica
Iniziamo a capire due cose sull’araldica , così magari ci capiamo meglio
Per esempio che quando si parla di un’arma familiare, cioè il simbolo che rappresenta una famiglia, non si parla di “nobiltà” o “essere dei borghesi”, semplicemente di come venivano identificate le famiglie una volta.
Capiamoci, nel periodo tra la caduta dell’impero romano fino a quasi tutto il 1900, erano molto pochi quelli che sapevano leggere e scrivere, l’analfabetismo era la norma, sapere scrivere il proprio nome un privilegio dei sapienti, quindi l’idea di “firma” era …. come vogliamo metterla giù… Meno presente di oggi?
Ma restava il problema di potere essere identificati in atti, situazioni legali ecc ecc, e per questo nacque l’araldica.
Insomma, identificarsi per “disegni” perchè in pochi sapevano riconoscere altro.
Chi erano i primi ad avere questo tipo di problema?
Ovviamente chi faceva “molte cose legali” come emettere sentenze, stabilire norme, leggi, regolamenti, insomma, per la maggior parte di questo periodo, quelli che oggi chiamiamo “i nobili”, che altrettanto normalmente usavano quei “disegni” che li identificavano sulla superficie più ampia del loro “abbigliamento da lavoro”, aka “armatura”, cioè… lo scudo 😀
Da qui il fatto che in tempi molto rapidi questo oggetto venne chiamato “arma” (si, hai mai preso una scudata in faccia? lo scudo E’ un arma e fa un male birichino) ed è stato rappresentato sempre “di fronte”, cioè come lo vedeva la gente “da fuori”.
Si, ma allora come diavolo firmo?
Torniamo al nostro sostituto della firma, serviva qualcosa che rendesse facilmente identificabile il fatto che quella roba l’avevo firmata io, e possibilmente che potesse dare rapido conto dei tentativi di manomissione, per esempio frantumandosi rapidamente se tentavi di alterarlo. In mano a un analfabeta. In una situazione in cui normalmente uno solo aveva il potere di parlare per tutta la famiglia.
e allora ritorniamo alle origini….
C’era una volta, nell’antica Roma, gente che sapeva bene che le chiacchiere volano, ma la cera resta. Sì, perché quando un documento doveva essere “ufficiale”, non bastava una firma o una promessa: ci voleva il timbro. E non uno qualunque. Si chiamavano timbri su tavolette cerate, ed erano l’equivalente romano del “clicca per accettare i termini e condizioni”.
Le tavolette, ricoperte di cera, servivano per scrivere usando uno stilo appuntito. Quando un contratto era chiuso o un testamento sigillato, il timbro – di bronzo o ferro – veniva premuto sulla cera calda, lasciando lì l’impronta del proprietario. Una specie di marca registrata, ante litteram.
Poi arrivò il Medioevo, con cavalieri, castelli e un sacco di cera colorata. cera particolarmente figa, perchè si rompeva molto più facilmente di quella d’api, quindi era più difficile metterci sopra le mani.
Diciamo ceralacca.
In quei secoli, il sigillo diventò roba seria, quasi nobile: un simbolo d’identità.
Altro che timbro dell’ufficio postale. I signori, infatti, portavano al dito l’anello-sigillo, detto “chevalier”. Bastava scaldare un po’ di ceralacca, appoggiarlo sopra e – puff – compariva l’emblema (cioè l’ARMA) di famiglia. Non solo per firmare lettere (che pochi sapevano leggere comunque), ma anche per dire: “Ehi, questo messaggio viene davvero da me, non da un impostore.”
Con il tempo arrivarono carta, inchiostro e poi francobolli, ma il fascino del sigillo rimase. Ancora oggi, chi riceve una lettera con la ceralacca prova un brivido d’altri tempi, come se dietro ci fosse un cavaliere, un monaco, o magari un funzionario romano con lo stilo in mano.
Morale? Cambiano gli strumenti, resta la voglia di “metterci il segno”.
Anche solo per dire: “Questo l’ho fatto io.”
Ovviamente questa cosa si espanse in un vero e proprio “linguaggio”, dove le immagini non erano a caso.
Adesso parliamo di ARALDI
Mettiamo che sei su un campo di battaglia che ti pesti col tuo avversario favorito, e che inizi ad essere un pò stancuccio di tutti quegli schiaffi, che fai ?
Prendi il tuo guerriero più rispettato, spesso quello più anziano, gli dai la tua bandiera o un tuo simbolo, e lo mandi a parlare con quello della controparte, a vedere se si riescono a mettere d’accordo.
Ora, pian piano questo simpatico ceffo iniziò ad essere identificato in maniera precisa, e i suoi compiti si ampliarono così tanto da richiedere un nome conosciuto da tutti:
L’ARALDO: Il termine deriva dal francese antico “héraut” e ancor prima dal franco “hariwald”, che significa “impiegato dell’esercito” o “capo dell’esercito”. Questa origine evidenzia le funzioni militari e diplomatiche originarie dell’araldo, come portare messaggi, bandire guerre e dichiarazioni, e dirigere i tornei.
L’araldo è quella figura un po’ a metà fra speaker ufficiale, messo comunale e influencer del Medioevo, solo senza social e con molta più tromba e velluto. Non nasce affatto come semplice “urlatore in piazza”, ma come personaggio con ruolo pubblico, riconosciuto e abbastanza delicato.
Chi era l’araldo?
Nel Medioevo l’araldo è un pubblico ufficiale al servizio di re, grandi feudatari o ordini cavallereschi: vive a corte, non in soffitta. Ha un nome altisonante (spesso legato a un feudo o a un ordine) e porta una cotta d’armi con stemma ben in vista, così nessuno può fare finta di non riconoscerlo.
Cosa combinava tutto il giorno
Il mestiere dell’araldo è un “mestiere di parola”: annuncia leggi, proclami, decisioni, bandi e notizie importanti alla popolazione, spesso in piazza o davanti al palazzo del potere. Fa anche da messaggero e ambasciatore: porta dichiarazioni, intima guerre o rese, partecipa alle trattative di pace, e per questo gode di una certa inviolabilità, cioè non lo si dovrebbe toccare anche in tempo di guerra.
Tornei, stemmi e araldica
Quando si parla di tornei cavallereschi, l’araldo è il maestro di cerimonie: annuncia i cavalieri, controlla che le armi siano regolari, commenta gli scontri e proclama il vincitore. Diventa anche specialista di stemmi: compila registri di nobiltà e raccolte di blasoni, e sa riconoscere chi è chi sul campo di battaglia solo guardando lo scudo, molto prima delle magliette numerate.
e per fare questo gli araldi creano una “lingua fatta di disegni standard”, che essendo stata inventata dagli ARALDI finirà per chiamarsi ARALDICA
Visto che questi tizi erano “quelli fighi”, sapevano pure scrivere, ma erano più bravi con la lancia che col pennello, iniziarono a fare una operazione fondamentale: La Blasonatura
EH? che diavolo è la blasonatura?
E’ la vera espressione della tua arma, quella con cui il Re d’Arme registrava la tua famiglia nei suoi registri, gli armolari.
Visto che non erano un granchè a disegnare, in pratica inventarono una “lingua standard” in cui descrivevano gli elemento della tua Arma, con i quali poi tu andavi da un pittore e ti facevi dipingere lo scudo. Per darvi un’idea dell’importanza di questo tipo di lavoro, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio diventò abbastanza famoso col il suo scudo su cui aveva dipinto la testa di Medusa, e uno dei primi lavori pagati di Leonardo da Vinci fu quello di dipingere uno scudo.
Questo voleva dire però che quello su cui si focalizzano tutti oggi, il disegno dello scudo, in realtà contava abbastanza poco, perchè poteva variare da pittore a pittore:
Era la descrizione del tuo “stemma” a parole, che si chiamava “BLASONE”, quello che contava davvero.
Capite adesso perchè questo articolo non inizia con una immagine, ma un testo scritto in quello che sembra una “lingua strana tutta formale”, conosciuta come “araldica”?
Esatto, quello è il nostro blasone!
E l’operazione di farsi fare da un RE D’ARMI il proprio BLASONE si chiamava BLASONATURA
Aspetta un pò, chi sarebbe sto tizio adesso? eh già, non tutti gli araldi sono uguali…
Araldo, banditore e re d’armi: non sono la stessa cosa!
Nel Medioevo questi tre tipi giravano con trombe e bandiere, ma ognuno aveva il suo posto preciso. L’araldo era il professionista di corte, il banditore l’urlatore di piazza, e il re d’armi il capo supremo. Altro che confusione da sagra paesana.
L’araldo: nobile e multitasking
L’araldo serviva re o signori feudatari, spesso era nobile o nobilitato, con cotta armeggiata e giuramento solenne. Annunciava proclami, gestiva tornei (controllando armi e vincitori), portava messaggi diplomatici o di guerra, e compilava registri di stemmi: esperto di araldica con immunità totale.
Il banditore: voce pubblica del popolo
Il banditore era più terra terra, un annunciatore pubblico per leggi, mercati o aste, erede greco-romano dei “kérukes” che urlavano in assemblea. Non nobilitato, senza immunità diplomatica, solo un megafono umano per roba quotidiana, senza blasoni o corti.
Re d’armi: il boss degli araldi
Il re d’armi era il grado massimo, capo eletto del collegio degli araldi, con corona sul capo e bastone fiorito. Custodiva stemmi ufficiali, sovrintendeva blasonature reali, dirigeva eventi grossi e formava i sottoposti: il maresciallo d’armi, non un semplice speaker.
Oggi? Araldi e re d’armi sopravvivono in Inghilterra per titoli nobiliari, banditori solo alle aste. Ma il succo resta: gerarchia medievale, mica anarchia.
DAI, GIOCHIAMO CON LE IA E LE IMMAGINI; COSI’ CI CAPIAMO MEGLIO
per rendere più chiare le cose ho iniziato a giocare con perplexity nel tentativo di fargli rifare l’immagine della nostra arma, e ovviamente ha fatto un casino dietro l’altro.
Poi alla fine troverete anche il “final score” , ma vediamo una serie di evoluzioni, così ci capiamo meglio sugli errori.
La prima cosa che ha tirato fuori è sta roba qui, che non c’entra un tappo

Artistica eh? ma la suddivisione dello scudo non c’entra niente, i colori meno, e gli emblemi non so da dove li abbia presi. probabilmente in giro per il mondo esisterà una araldica simile, ma non è certo quella descritta dal mio blasone.
Con alcune capocciate sul suo virtuale setto nasale sono riuscito a fargli fare questa qui, meno sbagliata ma sempre sbagliata:

Intanto l’aggiunta di elmo,cimiero e lambrecchini (tutta la roba SOPRA lo scudo) che io non avevo mai richiesto (peraltro sarebbero un “grado nobiliare” quello di cavaliere, e riportando una corona con forse 6 perle A NASO dovrebbe essere una corona baronale, ma vattelapesca), ma a parte quello, il secondo campo, quello dei Collini, è tutto sbagliato:
tre monti invece che un monte di due cime, un “albero di verde” invece che una “quercia al naturale”, e l’albero è CARICATO SOPRA I MONTI (cioè messo in cima al centrale) invece che “caricato in faccia”, cioè posto DAVANTI ai monti.
A questo punto tento di recuperare la cosa, ma i risultati sono deliranti, non ne funziona mezza, e tura fuori una assoluta assurdità come questa:

Quando il passaggio dopo è stato questo, ho iniziato a rimpiangere il primo… vediamo se riuscite a capire voi gli errori

A questo punto non vi tedio ulteriormente, e vediamo le cose con un approccio differente
Allora, partiamo da quello “giusto” e tentiamo di capire delle cose, tipo “cosa dice”.
VA BENE, diamoci a mucchio con Perplexity, e proviamo un altro approccio, più manuale
A sto punto capiamo da dove ci siamo arrivati.
Una araldica di solito è un disegno che “dice delle cose della famiglia”. Se prendiamo la famiglia di mia mamma, i Collini, non è difficile capire perchè la loro arma fosse questa:
d’azzurro, al monte di due cime di verde movente dalla punta, caricato in faccia da una quercia al naturale;

Quella di mio padre, i Suffritti (in realtà soffritti, ma si sa gli ufficiali d’anagrafe spesso fanno dei drittoni notevoli), invece era questa
d’argento, al chiodo di nero posto in banda, accompagnato in capo a destra e in punta a sinistra da due croci scorciate di rosso;
Dopo un certo periodo , le croci scorciate (dette anche “croci di Mantova” e non credo sia un caso visto che la famiglia viene dalla bassa modenese/ferrarese) vennero sostituite da delle pezze quadrilobe (chissà come mai, visto che diventa un pò pericoloso portare nel proprio stemma delle cose che ricordano maledettamente da vicino l’emblema dei templari, o croce patente), ma a me piace di più la versione originale, lo ammetto. però un effetti la attuale blasonatura sarebbe
d’argento, al chiodo di nero posto in banda, accompagnato in capo a destra e in punta a sinistra da due pezze quadrilobe di rosso;
Oh, senti, l’immagine la faccio poi con l’originale, eh?

Ora, quando due famiglie di pari importanza si sposano, la nuova famiglia viene rappresentata con le araldiche di entrambe.
Come si fa? Si divide lo scudo.
Di solito la prima divisione è in verticale, cioè lo scudo viene “partito”. se successivamente si deve provvedere di nuovo, o le situazioni sono differenti, lo scudo successivamente verrà “troncato” cioè diviso in orizzontale
Quindi l’araldica DI PIETRO e SOLO di PIETRO (che non la usa più da anni) sarebbe questa
Scudo partito:
nel 1° d’argento, al chiodo di nero posto in banda, accompagnato in capo a destra e in punta a sinistra da due pezze quadrilobe di rosso;
nel 2° d’azzurro, al monte di due cime di verde movente dalla punta, caricato in faccia da una quercia al naturale;

A questo punto arriva Monica, che da Muzii (un Muzio, due muzii, presente?), se fosse ancora “Gens Mucia” avrebbe questa araldica qui:
di porpora romana, al nodo di Salomone intrecciato di verde e d’argento
Col tempo la porpora romana si è persa, e i Muzii sono diventati
di rosso, al nodo di Salomone intrecciato di verde e d’argento

A questo punto come potete immaginare, avendo uno dei due uno scudo già partito, lo scudo di famiglia è stato spaccato arrivando al finale, che adesso magari vi potrà risultare più comprensibile
Scudo semipartito troncato:
nel 1° d’argento, al chiodo di nero posto in banda, accompagnato in capo a destra e in punta a sinistra da due pezze quadrilobe di rosso;
nel 2° d’azzurro, al monte di due cime di verde movente dalla punta, caricato in faccia da una quercia al naturale;
nel 3° di rosso, al nodo di Salomone intrecciato di verde e d’argento

Adesso che avete una idea del finale, ovviamente è molto bello da vedere così, ma e’ FISICAMENTE POSSIBILE riportare sta roba in un anello chevalier per fare il sigillo?
Sorry, no, quindi i nostri anelli chevalier (si ce li abbiamo, tutti e tre) si trova una incisione che fa sto sigillo qui:

e se chiedo a una IA di rifarmi il sigillo?
Me lo fa d’un figo da paura…. ma dubito che nessun gioielliere , per quanto bravo, riuscirebbe nell’intento 😀

Bene, spero che adesso vi sia tutto più chiaro, e che il giretto nel mondo dell’araldica vi abbia fatto venire voglia di capirci di più:
è un mondo che racconta tanto di noi e del nostro passato, e ne vale la pena di approfondire
